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2002 World Cup vs Portugal

Due gol di McBride, una stoccata di Reyna e un sogno portoghese infranto a Jeju.

Lo scontro del girone della Coppa del Mondo 2002 tra Stati Uniti e Portogallo, giocato al Jeju World Cup Stadium in Corea del Sud, è una delle sorprese più elettrizzanti nella storia del torneo. Una squadra americana qualificatasi per un soffio, ancora scossa dal crepacuore di una campagna di qualificazione brutale, ha affrontato una selezione portoghese piena di talento da Pallone d'Oro, tra cui Luís Figo e Rui Costa. Gli Stati Uniti hanno vinto 3–2 in una partita che verrà rivissuta nella mente di ogni tifoso americano per il resto della vita. Ha dimostrato che il programma americano — ancora giovane, ancora in costruzione — poteva competere ad armi pari con l'élite del calcio sul palcoscenico più grande del mondo. Ha dato il tono a un percorso nel torneo che ha portato la squadra agli ottavi di finale e ha regalato a una generazione di tifosi una storia che raccontano ancora con la stessa emozione senza fiato del giorno in cui è accaduta.

Quick Facts

Result
USA 3 – 2 Portugal
Tournament
2002 FIFA World Cup, Group E
Venue
Jeju World Cup Stadium, Jeju, South Korea
Date
June 11, 2002
Usa scorers
Brian McBride (2), Claudio Reyna (1)
Portugal key players
  • Luís Figo
  • Rui Costa
  • Paulo Futre

Contesto e storia

Il contesto ha reso il risultato quasi imperdonabile per chi non l'ha visto dal vivo. Gli Stati Uniti erano arrivati zoppicanti alla Coppa del Mondo 2002 dopo un ciclo di qualificazione che era quasi finito in eliminazione, e la rosa era un mosaico di veterani della MLS, giocatori regolari con base in Europa e qualche giovane promessa ancora in fase di crescita. Il Portogallo, al contrario, era una squadra che aveva appena chiuso al terzo posto a Euro 2000 e portava la spavalderia di una selezione che credeva di poter vincere qualsiasi cosa. Figo era il volto del torneo. Rui Costa era il motore. Le quote sul tabellone dovevano essere una formalità. Invece, Brian McBride — spesso liquidato in Europa come un attaccante laborioso ma poco brillante — è diventato l'eroe della serata. I suoi due gol, segnati con una freddezza clinica che smentiva il caos intorno a lui, hanno dato agli americani il vantaggio di cui avevano bisogno. E poi, quando il Portogallo ha spinto in avanti con tutto ciò che aveva e la difesa americana era tesa fino al punto di rottura, Claudio Reyna ha segnato un gol nel finale che ha zittito lo stadio e scatenato un boato che si è sentito sugli spalti per minuti. Il punteggio finale di 3–2 non era un margine comodo. Era un margine di sopravvivenza. Ma è bastato. Negli anni successivi, quella partita ha assunto una qualità mitica nella cultura calcistica americana. È la partita che dimostra che il programma è legittimo, la partita che ogni nuova generazione di tifosi del USMNT deve guardare, la partita che ricorda a tutti che un martedì di giugno in una piccola città insulare della Corea del Sud, una squadra di americani ha guardato negli occhi una superpotenza europea e ha detto: 'Oggi no.'

Guida alla lettura

La posta in gioco è tutto. Gli Stati Uniti, ancora scossi da una campagna di qualificazione quasi finita in disastro, hanno bisogno di un risultato a Jeju per restare vivi nel Gruppo E. Il Portogallo, traboccante di talento e fiducia, si aspetta una vittoria comoda. L'atmosfera al Jeju World Cup Stadium è una pentola a pressione — caldo coreano, aria salmastra e una folla che non ha idea di cosa stia per succedere. Il Portogallo controlla i primi minuti. Figo si muove tra le linee. Rui Costa lancia passaggi che dovrebbero essere impossibili da intercettare. La difesa americana — Eddie Pope, John O'Brien, gli altri — morde, tiene, respira. Poi McBride colpisce. Un colpo di testa, clinico, quasi pigro nella sua precisione. La curva americana esplode. Il Portogallo reagisce, trova un gol suo, e la partita torna in equilibrio. Ma McBride non ha finito. Un secondo gol, questo da una sequenza caotica in area, mette di nuovo avanti gli americani. Il tabellone segna 2–1 e i giocatori portoghesi si guardano come se i numeri fossero un errore di battitura. Il Portogallo getta tutto in avanti nel finale. Figo è ovunque. Rui Costa canta. La difesa americana è tesa, ansimante, a un passo dal disastro. E poi, nei minuti finali, Claudio Reyna si fa avanti. Il pallone lascia il suo piede con un suono come una frustata. Curva. Scende. È in rete prima ancora che le dita del portiere si muovano. 3–2. Il fischio suona. Gli americani crollano l'uno nelle braccia dell'altro. I portoghesi escono dal campo in un silenzio attonito. E nella curva nord, mille voci urlano le stesse due parole in continuazione: 'Ce l'abbiamo fatta. Ce l'abbiamo fatta.'

Questa partita conta ancora perché è la prova. L'unica prova inconfutabile che la United States Mens National Team merita di stare sul palcoscenico più grande del calcio mondiale. Ogni volta che una nuova generazione di tifosi chiede: 'Possiamo davvero competere?' la risposta è sempre la stessa: Jeju. 11 giugno. 3–2. Chiedete a McBride. Chiedete a Reyna. Chiedete al ragazzino della curva nord che non ha mai smesso di parlarne.

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